Le Origini

Pubblicato il 08/08/2016

Io mi ricordo quando ancora ci si rivolgeva dando del "Vussuria"

E ricordo anche la mia infanzia. Siamo nati e cresciuti in campagna avevamo poco e si viveva con i doni della terra, mentre papà lavorava come cuoco in città. La nostra (per modo di dire) era una casa colonica di mezzadria di colore giallo-ocra ed aveva le finestre verde scuro a vista, un grande prato, tanti alberi di macchia e tanti alberi di gelsi, molti animali, un enorme campo coltivato a grano, orzo, avena e granturco, un altro lasciato a maggese; due orti, un immenso uliveto con maestosi ulivi secolari, colline intorno, con i colori della natura che scandivano le stagioni. Insomma un’infanzia vissuta fra campi dorati di grano macchiati di papaveri rossi, fiori di camomilla e tarassaco, tappeti di foglie colorate che mio nonno raccoglieva in autunno e li mettava nel fienile, alberi decorati da frutti, di tutte le varietà, distese di verde, prati e campi brinati dal freddo, cespugli fioriti e profumati.

Appena subito di fianco alla casa, una stalla, che ospitava gli animali: 10 mucche strane di colore, grigio, con imponenti corna che mio nonno chiamava ‘’vacche nostrane” (né io né lui in quel tempo sapevamo fossero Podoliche), 2 asini, una cinquantina di capre, avicoli di ogni razza ed età, conigli.

Di fianco la stalla una (loggia) dove si riponeva l’aratro, l’erpice e tutti gli altri attrezzi per la coltivazione della terra e per la mietitura, con 2 Aie in mezzo tutto l’appezzamento.

Nel sottotetto della stalla vi era una colombaia che ospitava centinaia di colombi che quando si alzavano in volo, il battito delle ali sembrava lo sfrecciare di tante saette. Una porcilaia con circa 10 maiali, all’epoca erano già tutti bianchi, quelli neri, che prima mio nonno conduceva al pascolo ‘’U Patrunu’’ non li voleva più perché crescevano poco e diventavano troppo grassi.

Attaccati al muro di casa due enormi forni fatti a mano con i mattoni di argilla, il pane veniva fatto da mia nonna con il “Crescente” si faceva quasi tutte le settimane. Mia nonna, una donna generosa e con un grande cuore, una lavoratrice instancabile, una massaia di vecchio stampo, riusciva ad impastare e rigirare a mano da sola nella “Mailla” 20kg di farina. Nella zona era considerata una sorta di capo tribù trovava rimedio a tutto, faceva anche da infermiera facendo le punture con la siringa di vetro “Gnizione” a chi ne aveva bisogno.

Mi ricordo che prima di Natale era d’obbligo andare a cercare il muschio per allestire il presepio, l’albero si faceva tagliando un ramo di corbezzoli i suoi frutti rossi fungevano da addobbi. Il focolare, era sempre acceso anche quando fuori vi erano 40°C ed inoltre, era l'unica fonte di riscaldamento della casa, ma serviva anche e soprattutto per cucinare. Mia nonna sosteneva che il "mangiare cotto sul fuoco” prendeva un altro sapore, ed era verissimo!

Il cibo era migliore di quello di oggi, si mangiavano prodotti genuini a “metri 0” nel camino c'era sempre una “pignata” con il coperchio di coccio che lasciava fuoriuscire un leggero vapore. Dentro il più delle volte cuocevano a cottura lenta i ceci con il “lauru”, l'aglio e l'osso del prosciutto, altre volte fagioli con pezzi di cotiche e carne “incantarata” oppure finocchio selvatico con la “nuglia” (meglio nota come “vozza”) il profumo che emanava quel leggero sobbollire inebriava l'intera casa e si sentiva anche da fuori, anche l'aglio e l'alloro erano diversi ma un po’ tutte le spezie erano diverse mi riferisco a quel profumo intenso che ti rimaneva addosso e non avevi bisogno di anti-repellenti. Mia nonna poi, le sapeva dosare bene nei cibi. Già verso metà mattina quando giungeva l'ora di preparare il pranzo lei aveva già tirato la sfoglia per le “lagane”.

I batti becchi di nonno e nonna la mattina prestissimo erano allietati dal profumo delle patate fritte questa era la sua colazione prima di condurre gli animali al pascolo, a noi toccava la "mpanata di ricotta" oppure orzo con i taralli. L'orzo veniva tostato in un pentolino sui carboni poi macinato. Quell'orzo era ricco di autenticità sia nel sapore che nel profumo, non era certo l’orzo in bustine di oggi.

Quando era il momento di mietere il grano eravamo entusiasti, mio nonno radunava una squadra tra parenti, comari e compari gente del vicinato etc. a cui dettava e stabiliva i ranghi per iniziare a mietere a mano, ed alla fine della mietitura si assisteva alla costruzione della “casetta fatta con le gregne” alla fine di tutto il grande pranzo nello stanzone dove il cibo era il grande protagonista!

Gianluigi Miceli